L'ultima volta, forse. Ma io c'ero, ci sono anche mentre la tua schiena si allontana piano per non so quale motivo, forse una mancanza di ciò che dovrebbe esserci o forse la presenza di ciò che non dovrebbe. In fondo non importa, come sempre faccio i conti con le conseguenze e non con le cause.
E adesso ci sarò sempre quando varrà la pena di esserci.
E adesso sento senza farmi domande, sento senza aggiungere nè togliere niente. C'è qualcosa, innegabilmente, e tu mi chiedi cosa sia. E io non ho una parola per definire qualcosa che potrebbe ma non è ancora e forse non sarà mai. Non ho parole per descrivere l'inizio di un sentimento che contrasti con forza perchè, come tutti, ti preoccupi di non farmi male. E io sorrido perchè se bastasse questo non avrei mai conosciuto il dolore. Ma va bene anche così.
Ed è bello imparare ad esserci, ed è bello imparare a sentire senza porre nessuna condizione. Bello lasciar scorrere il tempo e lasciare che le cose succedano quando devono, bello sentirti con me anche se l'attimo dopo non ci sei già più. Bello sfiorarti, bello lasciarmi sfiorare, bello sentire il cuore che accelera e poi rallenta di nuovo, bello sentire il sangue che scorre piano e poi veloce e poi piano ancora. Bello non fare niente per farlo succedere e niente per evitare che succeda.
L'ultima volta, forse, la coerenza non è una virtù di nessuno dei due. Ammesso che di virtù si tratti. E anche se fosse l'ultima sono pronto a lasciarti andare. E non perchè non importa, come è stato alle volte. Non perchè mi sono sottratto per non rischiare conoscendo in anticipo il finale della storia. Non perchè sono stato distratto dal giocare le mie carte e dal tentativo di barare per vincere la partita. Sono pronto perchè non ho abbastanza forza per obbligarti a restare anche se volessi. Sono pronto perchè la vita se ne frega dei miei vorrei. Sono pronto perchè ho imparato anche ad aprire le dita e lasciare andare, anche se non vorrei, anche se avrei voluto carte migliori, anche se non mi sono sottratto, non questa volta, anche se mi importa eccome. Sono pronto perchè semplicemente accade, anche quando fa male. Sono pronto perchè è già successo mille altre volte, e altre mille succederà, ma nonostante questo io c'ero, e ci sono, e ci sarò ancora fin quando vorrai restare.
Sono pronto perchè ci sono anche mentre guardo la tua schiena che si allontana piano, per non so quale motivo.
L'equilibrio è tornato, la calma apparente prima della prossima tempesta. Le fondamenta non sono più solide, le crepe sono visibili ad occhio nudo, eppure la struttura continua a resistere, come sempre. Con una mano di vernice e due ritocchi fatti bene nessuno noterà più nulla.
Eppure. Eppure c'è qualcosa da cambiare. Questo perenne essere altrove anche quando non dovrei. C'è da trovare il coraggio di vivere fino in fondo quello che c'è senza restarne terrorizzati al punto da pietrificarsi. C'è da esserci, senza altri pensieri in testa, c'è da sentire senza usare le orecchie e vedere senza usare gli occhi. C'è che voglio stringere il tuo corpo e sentire la tua anima direttamente sulla mia, e se è il caso farmi tagliare dai tuoi lati appuntiti. C'è che voglio ascoltare quello che non puoi dirmi e restare in silenzio, c'è che voglio sentirti con me anche solo per un attimo.
E c'è che voglio abbattere le palizzate, le barriere, aprire le casseforti e lasciarti aperta la porta, e non voglio più mettere filtri e voglio essere toccato perchè me l'hai chiesto anche troppe volte e te l'ho lasciato fare solo per qualche attimo, e sempre quando avevo deciso di fartelo fare, e sempre a condizione che. E adesso basta, perchè non è così che può essere, perchè non mi sta più bene. E vattene pure se devi, se vuoi, se senti di doverlo fare, ma fallo solo dopo avermi preso e tenuto per un attimo tra le dita, fallo solo dopo avermi sentito perchè finora non sono riuscito a darmi davvero.
Camminare aggrappato ad una parvenza di stabilità a patto di evitare luoghi, persone e situazioni capaci di scuotermi. Camminare senza guardare dove sto andando, facendomi guidare solo dall'istinto ad avanzare sempre e comunque. Ed evitare anche di guardare indietro per non trovare i discorsi lasciati a metà, le situazioni mai davvero chiarite, le domande che non possono avere risposta, quelle con la risposta immancabilmente sbagliata eppure impossibile da correggere. Navigare a vista, senza allontanarsi dalla costa, per essere pronto a tornare in porto alla prima avvisaglia di tempesta.
Basta naufragi, almeno per un pò.
Dopo le catastrofi inizia la ricostruzione
così approfitto di questo punto zero relazionale per ripartire.
Ci sarà da lavorare su alcune pessime abitudini [e il fatto di averle riconosciute sembra un ottimo inizio], ci sarà da lavorare sul miglioramento di alcune cose e l'eliminazione di altre.
Ci sarà da lavorare molto, ma non è un problema.
E probabilmente ci sarà anche da soffrire e da faticare e da sforzarsi di migliorare, ma anche questo non è un problema.
L'importante adesso è solo impegnarsi e non avere fretta. E già questo è un inizio complicato.
Ma io ci provo.
Scrivo mentre dovrei fare altro, come spesso mi accade. Scrivo mentre vorrei che le cose fossero andate in maniera diversa, come spesso accade ma solo ultimamente. Scrivo con una canzone che avrei dovuto evitare nelle orecchie, scrivo con la nausea delle spiegazioni mancate, con il malessere dell'impotenza e con la rabbia della debolezza.
Vorrei prendere il mio cuore e lanciarlo fuori dalla finestra, darlo in pasto a qualche animale randagio e non pensarci mai più. Voglio un anestetico sentimentale, una tregua in quest'anno che è inziato da così poco e sta demolendomi a grande velocità. Fuori infuria il sole ma non lo vedo, non oggi. Forse sto solo pagando tutti gli errori e le cattiverie commesse in passato, tutto in una volta. O forse è solo che mi piacerebbe fosse così, e non c'è una spiegazione. Accade, semplicemente e senza scampo.
Ho chiesto e ricevuto, ma sempre con una clausola che non riuscivo a leggere. Sempre con qualcosa che non andava. E mi piacerebbe smettere di sentire gli altri, smettere di sentire il contatto e la vicinanza, una volta per tutte. Smettere di guardare dentro a tutti quelli che mi passano a tiro, smettere di vedere quanto sono belle le persone, tutte le persone, nel posto che più difendono dagli altri. E invece questa è sempre stata la mia maledizione, sentire, sentire tutto senza scampo, anche quello che non avrei dovuto, anche quello che non avrei voluto. Sentire lo sfumare delle sensazioni, sentirne il nascere e il morire, sentirne i cambiamenti impercettibili. E non poter mai fare niente, mai.
E adesso voglio solo non sentire. Solo questo. Solo vomitare fuori tutto questo dolore, quello che mi appartiene e quello che mi è stato donato, vomitarlo in qualche modo. Solo non doverlo vedere ogni volta che mi guardo dentro. E non ci sono braccia che accolgano, non ci sono parole che possano fare nient'altro che constatare la brutalità della vita. Non ci sono persone a guardare me, solo io a guardare loro, come sempre, senza essere visto davvero se non quando ormai sono lontano e non voglio più essere raggiunto. Ho lanciato via la mia corazza quando ho lasciato andare lei, ormai tre mesi fa. Perchè forse se non l'avessi avuta addosso lei mi avrebbe visto, nonostante tutto. E adesso mi tocca di sentire tutto sulla carne viva, tutto, dalla carezza più delicata al colpo improvviso, senza più nessuna protezione. E tutto quanto fa più male adesso. Ma non rimetterò in piedi le barriere. Andrò avanti così, fin quando potrò farlo. Avanti ancora. Ho toccato tante persone in questo spicchio di vita, e raramente sono stato toccato, e in genere da persone che non potevano tenermi.
E adesso chiedo solo un attimo di pausa, per riprendere fiato. Un attimo di tregua, un attimo ancora. Non chiedo molto dopotutto. Un pò di pace, un pò di serenità. Il tempo per respirare prima del prossimo colpo. Il tempo di trovare ancora un equilibrio prima del prossimo incontro. Ho paura di cadere, non ci saranno braccia ad afferrarmi prima dello schianto. Ma inizia a diventare troppo simile ad una soluzione.
Notti trascorse a percorrere strade conosciute, in mezzo a una folla che ti guarda senza vederti. E le parole di chi aspetta solo di raccontarti quello che dovrebbe distinguerlo dagli altri, e invece lo rende solo ancora più simile.
Tornare, e trovare le parole di chi aspetta un verdetto che potrebbe essere condanna, di chi cerca una soluzione ad un problema che non dovrebbe esserlo, di chi è disposto a condividere la sua solitudine senza doverla per forza trasformare in compagnia. E pensare che si, lo sai cosa si prova in ognuna di queste situazioni, perchè ci sei stato. E pensare che si, non ha senso tutto questo, pensare che non c'è più neanche molto da dire sul senso di quello che accade subito fuori dalla nostra possibilità di cambiare le cose. E non trovare le parole per dire qualcosa che, forse, non ha modo di essere detto.
Girare forte nella centrifuga, guardando gli oggetti che perdono definizione per colpa dell'accelerazione.
Girare forte senza potersi opporre, sentendo solo a sprazzi, cogliendo una parola, un senso, un significato.
E poi allargare le braccia più che si può, puntare i piedi, stringere i denti. E fermarsi.
Faticosamente rimettersi in piedi, il viso ancora sconvolto, la fronte sudata e gli occhi dilatati.
Fermarsi
e fare un passo. Uno, uno solo. Sufficiente. Faticoso, ma sufficiente.
Un passo in nessuna direzione, semplicemente un passo.
Un passo faticoso, un passo doloroso per quello che sarà il prezzo.
Un passo, uno solo, in nessuna direzione.
Un passo deliberato.
Fuori dalla centrifuga.
Adesso non resta che imparare a camminare.